L’altro… scenario

La nostra metodologia operativa contempla sempre un worst case scenario: la perdita massima sopportabile su un portafoglio, il singolo livello di uscita in perdita su una operazione suggerita, il cosiddetto stop loss e lo scenario alternativo a quello indicato la scorsa settimana. Ricordando il vecchio adagio di Wall Street che dice: “La cosa migliore che puoi fare è osservare il comportamento del mercato”, di seguito proponiamo due chart che presentano somiglianze raggelanti per la comunità finanziaria e un terzo chart ai nostri giorni – fig. 4 -, dal quale si evince, per fortuna, un esito al momento completamente diverso di cui abbiamo discusso e argomentato nel precedente report. Il primo grafico si riferisce all’andamento del mercato azionario – indice Dow Jones – negli anni dal 1929 al 1930.

eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeFig. 1 – Indice Dow Jones, andamento Aprile 1929 Giugno 1930

Sappiamo tutti come andò a finire, – chart fig. 3 – e conosciamo bene anche la causa economica: la deflazione. Non serve parlarne, conosciamo benissimo gli effetti di questo cancro sull’economia mondiale e le dolorose conseguenze sulla popolazione più indifesa, sul tessuto produttivo nel suo complesso e sul mondo del lavoro. In quegli anni l’umanità ha vissuto uno dei periodi più bui, a parte le guerre, della sua storia economica recente. Il secondo grafico si riferisce all’andamento dello stesso indice dal 2006 al 30 agosto 2010: è evidente che sono uguali, possiamo sovrapporli, il modello che hanno sviluppato è conosciuto in analisi tecnica con il nome di “Testa e Spalla”.

rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrFig. 2 – Indice Dow Jones, andamento Aprile 2006 Agosto 2010

E’ stata questa somiglianza a spingere ” l’elicottero Bernanke ” (famosi sono gli studi e le analisi che ha compiuto sulla crisi del 1929) e la Federal Reserve ad abbracciare la crociata contro la deflazione e ad annunciare in maniera inusuale le decisioni di ulteriori misure di allentamento della politica monetaria già nella tarda estate, confermandole nella riunione della settimana scorsa. Tutto questo ha evitato la rottura verso il basso dell’indice Dow Jones e lo ha proiettato verso scenari completamente diversi.

ttttttttttttttttttttFig. 3 – Indice Dow Jones, andamento Aprile 2006 – 12 Novembre 2010

uuuuuuuuuuuuuuuuFig. 4 – Indice Dow Jones, andamento Aprile 2006 12 Novembre 2010

Le critiche piovute addosso alla Federal Reserve e all’Amministrazione Americana da parte del gruppo del G20 manifestano più interessi di bottega che la reale comprensione della partita che si sta giocando e le relative conseguenze economiche sulla economia mondiale. A tal proposito pubblichiamo uno stralcio dell’intervista che l’economista Roubini, tenuto ultimamente in grande considerazione grazie alle previsioni che aveva fatto sulla crisi dei mutui subprime, ha rilasciato alla CNBC, dove ha spiegato che la lotta è contro la deflazione e non contro l’inflazione :

Il più grande problema che stiamo affrontando oggi è la crescita troppo bassa. E anche l’inflazione è troppo bassa. Se non facciamo qualcosa per fronteggiare la crescita troppo bassa, allora finiremo in deflazione… se lo scenario di deflazione si concretizza, dovuto ad un’assenza di intervento della Banca Centrale, noi finiremo come il Giappone: in una trappola di depressione che può durare dieci anni, se non di più”. (Roubini, The Fed Needs to Fight Deflation and a Double Dip Recession, CNBC, 11 novembre 2010).

Nei chart dove si riflette il comportamento dei mercati c’è questa consapevolezza. Gli attuali movimenti in atto confermano che la Federal Reserve sta vincendo lentamente la battaglia. Conferma di ciò è data anche dal fatto che la comunità economica mondiale, con qualche eccezione, e il mondo politico sono contro la Federal Reserve. Resta il fatto che lo scenario alternativodi continuazione del ribasso secolare iniziato nell’autunno del 2007, c’è e si è paventato, ma secondo noi ha solo un 10% di probabilità che possa sostanziarsi.

Dopo il rally della scorsa settimana gli indici tirano il fiato, i cambiamenti di stato confermano la correzione in atto, che dovrebbe trovare supporto intorno ai minimi fatti segnare la scorsa settimana. La correzione ha subito un’accelerazione in conseguenza degli esiti del G20 e della crisi irlandese.   

Gli indici europei sono di nuovo stati coinvolti in una crisi, quella irlandese, marcando il ribasso della scorsa settimana. Il nostro indice che ha subito un trapasso di trend Down vede sommarsi alla crisi dei debiti sovrani la nostra crisi politica con un effetto amplificato, solo un’eventuale veloce recupero dell’area 21000 ci indicherà la fine del probabile nuovo movimento di lungo periodo al ribasso con un cambio di trend.

Come per gli indici americani l’attuale movimento è confinato in una mera correzione un po’ più marcata sul mercato svizzero.  

L’area degli indici BRIC è stata la più riottosa al G20 dimenticandosi che ciò che è buono per l’America è buono per tutti; gli indici hanno risentito di questa situazione, soprattutto quello del mercato cinese, ma l’andamento dei trend, che sono stabilmente UP, ci fa classificare questi movimenti come una mera correzione, sia pur violenta per quanto riguarda il mercato cinese.   

Stessa correzione per gli indici asiatici, a parte il Nikkei che sta tentando di riprendere la via del rialzo: infatti la scorsa settimana si è registrato un cambiamento di trend che, se confermato nelle prossime settimane, consentirà al Giappone di stare nel coro complessivo.

Il Dollar Index è decisamente in trend Down, quindi l’attuale movimento su tutti i cross contro il dollaro va considerato una mera correzione. Discorso diverso per la nostra valuta che ha ripreso a soffrire della situazione sui debiti sovrani, comunque anche per l’euro le prospettive sono al rialzo.  La violenta correzione sulle commodities è partita quando la borsa di Chicago, il CME, ha alzato i margini sull’argento. A questo si è sommato l’esito del G20 e la crisi irlandese. E’ comunque innegabile che abbiamo visto dei top di periodo sui metalli preziosi e sul palladio. Il movimento del petrolio resta nel range 70/90 dollari al barile e una decisa rottura di questi livelli spingerebbe il petrolio in area 100.

L’andamento dei tassi di interesse a lungo resta sotto pressione ma ancora in trend UP sui prezzi delle obbligazioni e quindi con tassi tendenzialmente stabili o al ribasso. Se il quadro inflazionistico temuto dai mercati tenderà a dissiparsi, i prezzi riprenderanno a salire nel range degli ultimi tre mesi. Discorso diverso per i bond dell’area euro cosiddetti PIG, tra cui l’Italia, con i tassi sotto pressione e l’allargamento degli spread. Ancora una volta di tutto questo bisogna ringraziare i tedeschi e la signora Merkel con la complicità del nano, politicamente parlando, di Parigi.

Lo scenario in atto è di apparente confusione: questo conferma che i tassi di interesse a breve resteranno sugli attuali livelli per molto tempo, anzi la BCE sarà sotto pressione a causa della turbolenza sui Paesi Periferici dell’area euro e sull’austerità dei conti pubblici in generale nell’Unione.

La top ten dei settori è rimasta sostanzialmente invariata rispetto a quella mostrata nel precedente report. Troviamo ancora tra i primi dieci posti le azioni legate ai metalli preziosi nonostante l’andamento altalenante della scorsa settimana di oro e argento, è inoltre confermata la buona performance del settore auto trainato dalle buone trimestrali delle società leader. Tra i settori migliori resta alto il focus sulle azioni legate ad Internet (Internet-Network Sltns) ed a quei titoli appartenenti al comparto chimico (Chemicals-Agricultural). Anche la parte bassa della classifica non ha mostrato evidenti cambiamenti, la gran parte dei settori del fondo classifica sono infatti quelli legati al settore bancario/finanziario, andando ancora una volta a risentire di tutte quelle notizie riguardanti il debito sovrano dei Paesi Europei Periferici.

Elaborazione e Analisi Ufficio Studi RUFFO & Partners S.R.L.

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