I mercati e le agenzie di rating

Ormai è chiaro anche ai non addetti ai lavori che le agenzie di rating, negli ultimi tre anni, hanno dilapidato il loro patrimonio di credibilità costruito dal dopoguerra ad oggi, creando un vuoto di non poco conto nella corretta valutazione dei rischi di controparte. Per decenni l’asset allocation degli investitori (professionali e non) ha potuto contare sulle valutazioni delle agenzie di rating nella costruzione di portafogli più o meno rischiosi: il trade off rischio-rendimento, sui diversi strumenti finanziari, era subordinato ai giudizi delle stesse, a fronte di miglioramenti o peggioramenti nelle gestione del debito da parte di entità pubbliche (governativi) o private (corporate). Negli ultimi anni di forte spinta all’innovazione finanziaria, le agenzie di rating provvedevano ad emettere giudizi anche su strutture un poco più complesse, tipo i famosi veicoli denominati ABS – Asset Backed Securities – che sono stati alla base dell’ultima crisi finanziaria dei c.d. mutui subprime.

All’apice della crisi, con importanti istituzioni finanziarie in grossa difficoltà, le agenzie continuavano a mantenere e confermare i loro rating, salvo abbassarli brutalmente di fronte a conclamate situazioni di default o ad improvvisi fallimenti, come quello di Lheman Brothers. Il danno che ne è conseguito per gli investitori è stato di notevole portata, sia in termini economici che di corretta valutazione dei rischi di controparte presenti nei portafogli.

A differenza delle agenzie, i mercati in generale prezzano correttamente le diverse attività finanziarie scambiate sui mercati ufficiali e non e, quando giunge la nuova e tardiva valutazione, le reazioni sono completamente differenti. Esempio lampante di tale situazione è stata la revisione dell’outlook da parte dell’agenzia Standard & Poor, da stabile a negativo, sul debito degli Stati Uniti, lo scorso 18 di aprile. Alla prima reazione negativa è seguito un pronto recupero, che ha creato i presupposti per il rally pasquale delle borse a livello mondiale, spingendo gli indici americani ai nuovi massimi, prontamente seguiti nel movimento di risalita dai principali mercati europei ed asiatici fig. 1, 2, 3, 4, 5, 6.

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Il bond americano, che era scambiato ad un tasso pari al 4,47% prima del giudizio, ha avuto una risalita fino al 4,55% per poi scendere nei giorni successivi, facendo segnare il livello del 4,40% alla chiusura di venerdì – fig 7.

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Il vuoto che si è aperto è grande e rischia di penalizzare soprattutto gli investitori retail ancora in balìa del sistema, che non si vergogna di offrire prodotti incomprensibili ai più, soprattutto nel rischio controparte, come ben ha spiegato “Il Sole 24 ore”, nell’ultimo numero di Plus 24, con gli articoli riguardanti gli ETF.

ANALISI TREND E STATI DI MERCATO

Il pronto recupero conseguente la revisione dell’outlook ha creato i presupposti per far segnare nelle prossime settimane i nuovi massimi.

Semplicemente a ruota dei mercati americani con il Dax che guida la carica. In lento recupero il nostro mercato.

Sui BRIC la situazione è un pò più complessa a causa dei rigurgiti inflazionistici che tengono impegnate le banche centrali. Non appena le tensioni rientreranno è plausibile, nelle prossime settimane, che la corsa riparta per Brasile Cina e India. Probabile top di periodo per il mercato russo.

La ripresa è in atto, confermando il trend Up ma riflettendo la debolezza del dollaro.

E’ probabile una pausa nelle prossime settimane, complice la lunga durata del rialzo e i livelli raggiunti soprattutto dall’argento. Occhio al copper, per capire se c’è rallentamento sui metalli.

L’eccessiva debolezza del dollaro a questi livelli ci crea disagio, è il caso di attendere conferme per un ulteriore rialzo da questi livelli.

C’è un pò di movimento, ma una rondine non fa primavera, attendiamo conferme per dichiarare il passaggio di trend soprattutto sul bond americano.

Tassi in crescita nell’area euro e stabili in America.

Elaborazione e Analisi Ufficio Studi RUFFO & Partners S.R.L.

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