Rallentamento o recessione?

La settimana scorsa ci ha consegnato un set di dati economici da brivido.
Passiamoli brevemente in rassegna:

  • l’indice ISM manifatturiero degli Usa è caduto di 6,9 punti, giungendo a quota 53,5 – il livello più basso dal 2009 e la peggior caduta mensile negli ultimi ventisette anni;
  • all’unisono sono scesi anche gli indici manifatturieri di Cina, India ed Europa;
  • le vendite di auto in Usa di Ford e GM registrano un rallentamento rispetto all’anno prima;
  • il Consumer Confidence è caduto rispetto al mese scorso;
  • i principali retailers segnalano un rallentamento nelle vendite;
  • il prezzo della benzina continua a salire
  • e dulcis in fundo il dato sugli occupati non agricoli si è attestato su un incremento di 54.000 unità, ben al di sotto delle stime di consenso che si situavano intorno a 170.000 unità.

La situazione macro-economica mondiale è ben sintetizzata nella fig. 1 che fotografa il rallentamento della crescita industriale nel mondo e la sottostante tendenza inflazionistica, misurata sull’andamento delle commodities.

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Naturalmente le singole aree economiche (USA e Canada, Europa e BRIC ) presentano situazioni diverse, che a nostro avviso in questa fase – per volere divino – sono ben articolate e coordinate con l’obiettivo di sostenere la crescita economica e contenere l’inflazione. Chiaramente gli effetti sui singoli asset finanziari (indici di borsa e azioni, bond, valute e commodities) sono diversi e in alcuni casi dicotomici; di seguito forniremo la nostra visione al riguardo. Nel nostro report dell’11 Febbraio 2011 dal titolo “Il Buono, il Brutto e il Cattivo”, abbiamo osservato che, nonostante la correzione in atto sui Paesi del c.d. BRIC, gli stessi sono entrati in una fase di bull market secolare – fig. 2, 3, 4 – e l’attuale situazione riflette la posizione di restrizione monetaria in atto che, a nostro avviso, ha fatto un buon lavoro, chiaramente evidente nella figura 1.

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E’ palese che, in quell’area, l’inflazione sta rallentando e la crescita resta su livelli alti; prima o poi gli indici generali di mercato dovranno tornare a crescere, fornendo la stura a livello globale. La situazione negli Usa è ancor più eloquente. Il rallentamento in atto è ormai certificato dai dati economici, il rientro dell’inflazione misurato dall’indice ECRI è sceso di 1,9 punti in maggio ed ha spinto l’Istituto a fare la seguente dichiarazione: “underlying inflation pressures have clearly begun to recede”; la posizione della Federal Reserve in questi mesi non è mai cambiata, sbilanciata verso un quadro deflazionistico anziché inflazionistico. ’attuale correzione in atto sugli indici di borsa probabilmente durerà per almeno altre quattro-otto settimane – fig. 5, nei mesi meno favorevoli al mercato secondo la statistica, ma col finir dell’estate riprenderà quota e ci consegnerà nuovi massimi tipici di una terza gamba di un bull market. A questo punto la ripresa globale sarà in atto e gli indici generali di mercato in crescita.

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La vecchia Europa presenta un quadro più complicato, con la persistente crisi finanziaria legata ai debiti sovrani e con l’inflazione in salita. L’ECRI ha dichiarato che le pressioni sui prezzi nei diciassette membri dell’Area Euro restano in un ciclo al rialzo di forte risalita, facendo registrare i massimi degli ultimi ventinove mesi. Non bisogna essere maghi per sapere cosa farà la BCE. La situazione dei Paesi periferici, tra cui l’Italia, tenderà a complicarsi ulteriormente, mentre Paesi come la Germania ed in parte la Francia saranno proiettati nel contesto globale di crescita economica. Quindi, indici generali di mercato in salita per Germania, Francia e Paesi nordici, indici piatti o negativi per gli altri. L’Italia resta ancorata all’eventualità di veder realizzate riforme per il rilancio, se ciò avverrà parteciperemo alla festa altrimenti prepariamoci al peggio. In questo probabile contesto avremo un dollaro più debole – fig. 6, un euro più forte – fig. 7, il petrolio che oscillerà tra gli ottanta e i cento dollari – fig. 8 – e le commodities agricole tendenzialmente più forti – fig. 9 e 10.

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