E se fosse già tutto quanto scontato?

Con l’esito delle elezioni greche del 6 maggio, si è accentuato il tam tam sui media di un’uscita della Grecia dall’euro. La gente comune ne discute a casa, negli uffici e nei bar, come fosse un evento sportivo, e si interroga sul futuro e sulle conseguenze con non poca apprensione. Esperti e pseudo-esperti, in TV e sulla carta stampata, sottopongono all’attenzione generale scenari apocalittici e conseguenze nefaste per le banche, per l’economia e per il futuro dell’euro e dell’Unione Europea.

I drastici rimedi in termini di consolidamento fiscale e di riforme che la classe politica, in fretta e furia, ha dovuto introdurre nelle c.d. economie periferiche dei PIIGS, sono sotto gli occhi di tutti. Il rinnovamento della governance europea, nonostante tutto, è eloquente; l‘apice è rappresentato dal pareggio di bilancio, introdotto nelle Costituzioni di mezza Europa, ed il Fiscal Compact è la stella polare. La Commissione europea e la Bce, per garantire il sostegno al debito dei Paesi in difficoltà, entrano direttamente, e a gamba tesa, nelle questioni politiche di ogni Stato, suggerendo – ma in realtà imponendo – ai Parlamenti nazionali le riforme strutturali necessarie per rendere più competitiva l’economia e l’intera struttura dei Paesi in questione. L’Unione Europea, anche se tra mille differenze e diffidenze fra i suoi membri, si è dotata di un fondo salvastati e probabilmente anche salvabanche. Si poteva fare di più? Certo, ma rispetto all’immobilismo che ha caratterizzato l’Unione negli ultimi anni, è comunque uno sconvolgimento politico, economico, sociale e culturale. Tutto ciò si è reso necessario sotto i colpi della crisi, perché tutti i Paesi dell’Unione, senza escluderne alcuno, non sono stati in grado, nell’ultimo decennio, di approfittare del dividendo dell’euro, anzi hanno marcato le proprie differenze, allontanandosi dai princìpi che hanno ispirato i padri fondatori nella costruzione dell’Europa federale e della moneta comune. Sono state disattese persino le regole di Maastricht in tema di consolidamento di bilancio: in testa, ahimè, la nostra amata Repubblica!

I Governi italiani che si sono succeduti dal 1999 in poi, non hanno avuto alcuna visione politica ed economica, hanno approfittato del dividendo dell’euro per vivacchiare, rimandando la risoluzione dei problemi ad altri. La gravità dell’attuale situazione, e dei rimedi che si sono dovuti assumere, è sotto gli occhi di tutti. La crisi che si è scatenata nel 2008 ha fatto esplodere tutte le contraddizioni e le carenze, sia nazionali che comunitarie, con il risultato però di aver indotto i leader comunitari, pressati dalla crisi e dal pericolo di disintegrazione del sogno europeo, ad introdurre i cambiamenti epocali sopra menzionati, che probabilmente il dramma della Grecia renderà ineludibili ed irreversibili, per realizzare un’unione -oltreché monetaria e fiscale – anche politica. L’alternativa è la devastazione politica ed economica dell’Europa, con un salto indietro di oltre cento anni. La codardìa politica dell’attuale leadership europea farà si che nessuno avrà il coraggio di assumersi paternità e responsabilità di una eventuale disgregazione: stando così le cose, il processo di unificazione appare irreversibile.

La spinta dei mercati e della maledetta speculazione, che vota ogni giorno, e così facendo difende i risparmi e le pensioni di migliaia di persone in tutto il mondo, ha determinato le situazioni finanziarie e reali che stiamo vivendo con il risultato di:

  • aver indotto l’Eurozona ed i singoli Paesi ad ineludibili consolidamenti fiscali, a riforme strutturali ed a passi importanti nella governance europea;
  • aver indotto la BCE ad effettuare operazioni di natura straordinaria al limite del suo statuto, con il consenso della leadership politica;
  • aver indotto i sistemi bancari nazionali ad una severa ristrutturazione e capitalizzazione;
  • aver portato il differenziale dei tassi rispetto al bund (spread) al livello di prima dell’introduzione dell’euro – fig. 1, 2, 3;
  • aver fatto cadere le borse al livello più basso degli ultimi quindici anni – fig. 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10.

Non è forse già abbastanza? Noi crediamo di si, anche se una fase di panico dei mercati, classica ciliegina sulla torta, ulteriore prova per la tenuta dell’euro, non è da escludere. In ciò siamo confortati dal fatto che la catastrofe è ormai di dominio pubblico e poi… verrà anche la crescita, quella buona e duratura.

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