Un revival del 2008, in miniatura: Petrolio, Deutsche Bank, tapering BCE e crash della sterlina

Una serie di eventi degli ultimi 20 giorni configura un quadro che ricorda tremendamente l’autunno 2008.

PETROLIO. Quasi nessuno ci credeva ma, il 29 settembre in una riunione informale ad Algeri, l’Opec ha trovato un accordo sul taglio della produzione del petrolio. Una riduzione del target di produzione tra i 240.000 e i 740.000 barili al giorno per un totale di circa 32.5-33 milioni di barili al giorno. Mancano i dettagli di quanto ciascun produttore limiterà l’output. Il ministro dell’energia iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha detto che il suo Paese non vuole congelare la produzione fino a quando avrà riconquistato un livello di oltre 4 milioni al giorno di produzione, sui livelli precedenti le sanzioni internazionali al Paese. Sarà cruciale la prossima riunione Opec del 30 novembre. Lo spiraglio di un accordo fra i Paesi dell’Opec ha messo le ali al petrolio, salito del 6% il giorno stesso e del 17% dal 20 settembre a oggi, mentre ha innescato vendite sui Governativi, timorosi dell’inflazione.

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Grafico giornaliero del Crude Oil dal 2006 al 7 ottobre 2016

Questo è il primo taglio della produzione dal 17 dicembre 2008 quando l’Opec, curiosamente sempre ad Algeri, nel bel mezzo della crisi Lehman, si accordò su un maxi-taglio della produzione di 4,2 milioni al giorno, per risollevare i prezzi del crudo, allora tracollato da 147 dollari di luglio 2008 a 32.4 dollari di dicembre.
Trump ha un programma di forte liberalizzazione del settore energetico (il petroliere texano è il suo elettore tipo), con l’ambizione dell’indipendenza energetica USA. Gli USA attualmente producono circa 8.5 milioni di barili al giorno e ne importano poco meno. Le elezioni dell’8 novembre potrebbero dunque avere forte impatto anche sul settore energetico.

DEUTSCHE BANK. Un rimbalzo del 18% in un giorno, da 9.89 a 11.71 il 30 settembre 2016, dopo una discesa quasi ininterrotta da 33 euro di aprile 2015. Un sussulto di orgoglio e ricoperture tecniche che ricorda il colpo di coda di un pesce in trappola.
I CDS sui titoli senior DB sono saliti da 80 punti base di ottobre 2015 a 240 bps di ottobre 2016. Assicurarsi sul fallimento dei titoli senior DB costa oggi tre volte tanto rispetto all’anno scorso (circa 480 bps sui titoli subordinati). Mentre il problema più grosso per le banche italiane è quello dei crediti deteriorati, per diverse banche europee, come Deutsche Bank, è quello dei derivati. Deutsche Bank è controparte diretta di molti hedge funds su contratti derivati.

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Grafico giornaliero Deutsche Bank dal 2006 al 7 ottobre 2016

È bastato che una decina di grossi hedge funds statunitensi (su circa 200 clienti DB di questo tipo) tagliassero la propria esposizione all’istituto tedesco per scatenare il panico. Le ricoperture sono poi arrivate su voci di una possibile riduzione della multa da 14 a 5.4 miliardi da parte del dipartimento di giustizia USA per operazioni illegali e compiute da DB sui mutui subprime. Un importo superiore ai 5-6 miliardi di euro metterebbe in seria difficoltà l’istituto tedesco che ora capitalizza circa 15 miliardi di euro e che, se la multa fosse troppo salata, sarebbe costretto a ricapitalizzarsi o, peggio, costretta al bail-in. Gli USA hanno il coltello dalla parte del manico. Vien da pensare: sarà una ritorsione per la richiesta di 13 miliardi di Euro fatta dalla Commissione Europea alla Apple per tasse apparentemente non pagate?
Vedremo come andrà a finire. Per ora, il titolo azionario DB è sui minimi degli ultimi 31 anni, mentre i le obbligazioni subordinate hanno fatto minimi inferiori a quelli di febbraio 2016.
Circa metà dei 42.000 miliardi di esposizione di Deutsche Bank, riporta il Financial Times, è costituita da derivati su mercati OTC (over-the-counter) e su strumenti molto illiquidi e difficilmente valutabili. La dimensione sistema della banca e della sua esposizione rievocano il “Lehman Moment” del 2008. Nel 2007 DB valeva 103 euro, oggi 12.
https://www.ft.com/content/bfd0849e-8953-11e6-8aa5-f79f5696c731
https://www.ft.com/content/12e0ed28-6bdf-3508-adde-5918853a1c77

BCE. Lunedì 3 ottobre voci di un possibile “tapering” (diminuzione del programma di acquisti da parte della BCE) hanno immediate sgonfiato le quotazioni de Titoli Governativi europei, con l’effetto di farne lievitare i rendimenti.
La fiducia economica dell’Eurozona tocca 104,9 in settembre 2016, risalendo di 1,4 punti da agosto, il massimo livello da gennaio 2016: conducono Olanda (1,7), Germania (1,6), Francia (0,9) e U.K. (0,6), nonostante Brexit, e in testa, la Polonia con la fiducia in crescita di 2 punti.
https://www.ft.com/content/3811ce7a-e773-320e-9aa3-7f77197c802d

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Il settore manifatturiero dell’Eurozona ha accelerato nel mese di settembre, posizionandosi a 52,6 in linea con le attese. Austria e Germania più toniche, Italia che ha tornato ad espandersi e Francia che si avvicina alla stabilizzazione. IL PMI composito della produzione e delle attività terziarie nell’Eurozona, ai minimi in 20 mesi indica invece un rallentamento della crescita, in particolare in Germania, Italia e Spagna.
MARKIThttps://www.markiteconomics.com/Survey/PressRelease.mvc/4abd03ffc4b64519a6b84f10f1614547
https://www.markiteconomics.com/Survey/PressRelease.mvc/f2ec3cfb4c67408c8645c98a545fce0b
Dati che nel complesso riflettono lentissimi miglioramenti dell’economia, a macchia di leopardo, tali da non giustificare nuove aggressive iniezioni di liquidità, ma nemmeno un’interruzione del programma di quantitative easing. I giornalisti non mancheranno di interrogare in proposito il Presidente della BCE Mario Draghi, nella prossima conferenza BCE del 20 ottobre.
Colpisce il fatto che fino al mese scorso si parlava di helicopter money, mentre ora si ipotizza addirittura un tapering (riduzione del QE). L’episodio ricorda quanto avvenne nel luglio 2008, quando l’allora Presidente BCE Jean-Claude Trichet, temendo l’inflazione con il petrolio oltre i 100 dollari al barile, innalzò il costo del denaro dello 0,25%, al 4,25%, proprio appena prima dello scoppio della crisi Lehman. La decisione gli costò forti critiche e la BCE fu costretta a tornare rapidamente sui propri passi nei mesi successivi.

STERLINA. Nel Regno Unito, le condizioni del settore manifatturiero continuano a migliorare, con la domanda domestica driver principale e la sterlina debole che porta nuovi ordini dall’estero. L’indice Markit Manifacturing PMI è salito a 55,4 in settembre, in aumento dal 53,4 in agosto.
https://www.markiteconomics.com/Survey/PressRelease.mvc/f55855e5e87b4e9dadc0e3cbea1c285f
Dopo lo shock del referendum su Brexit, anche il settore delle costruzioni si è espanso per la prima volta dal mese di maggio, risalendo da 49,2 di agosto a 52,3 in settembre.
https://www.ft.com/content/cb0e61fc-8a0f-11e6-8aa5-f79f5696c731
Negli ultimi anni, l’immigrazione nel Regno Unito è salita esponenzialmente, cosa che in parte spiega l’ondata di protezionismo dietro a Brexit.
Venerdì mattina, 7 ottobre, la sterlina si è inabissata di circa il 6% in meno di 5 minuti, per poi recuperare terreno, tornando in area 0,90 contro euro e 1,24 contro dollaro.
L’Euro, che si è indebolito nei confronti delle principali valute emergenti, da dicembre 2015 a oggi si è rivalutato di circa il 30% nei confronti della sterlina inglese.

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Grafico Bloomberg del flusso di migranti verso il Regno Unito

Non si tratta di “fat finger” (errore umano di inserimento di un ordine), ma dell’effetto combinato degli algoritmi automatici che hanno fatto scattare ordini stop loss sotto certi livelli, e dei volumi sottili sul mercato dei cambi sui desk asiatici (mentre trader europei e USA stanno dormendo). Nel 2008, l’Euro sfiorò la parità con la sterlina, proprio verso la fine dell’anno.

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Grafico cambio Euro/Sterlina inglese 7 ottobre 2016, un’impennata del 5,5% in meno di 5 minuti

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Grafico 5 minuti Sterlina/Dollaro USA, crollata di oltre il 6% in meno di 5 minuti

FMI. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso dello 0.2% all’1.6% per il 2016 le prospettive di crescita delle economie avanzate, mentre in leggero miglioramento le economie emergenti. Preoccupa la revisione al ribasso delle prospettive di crescita degli USA, all’1,6% dal 2,2% nel mese di luglio.
http://www.reuters.com/article/us-imf-growth-idUSKCN1241DE

Christine Lagarde, a capo del FMI, ha detto in un simposio a Chicago che l’economia mondiale rischia di soccombere alla nuova ondata di protezionismo, mentre i governanti dovrebbero focalizzarsi sull’irrobustire il commercio internazionale.

OPERATIVAMENTE E PER CONCLUDERE

Negli ultimi 10 anni, chi avesse comprato l’indice S&P500, reinvestendovi i dividendi, si troverebbe oggi con una performance del 101%. Ancor meglio sul Nasdaq100, salito del 226% dal 2006 al 2016. Chi invece avesse investito sugli indici europei si troverebbe con un +16,31% in dieci anni, sull’Eurostoxx 50 con un rendimento medio annuo dell’1,52%. Mentre chi, affezionato ai nomi delle aziende del Belpaese, avesse scelto l’indice italiano FTSE MIB si troverebbe con una minusvalenza teorica del 37,41% (e del 57,37% se non avesse reinvestito i dividendi).

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Le elezioni USA dell’8 novembre inducono alla cautela sui mercati: se vincesse Trump, l’effetto potrebbe esser simile a Brexit, con una discesa repentina, dovuta allo shock emotivo, seguita da un forte rimbalzo. In caso di vittoria della Clinton, sarebbe probabilmente una maggioranza risicata e gli effetti si farebbero comunque sentire più gradualmente nel 2017.

Statisticamente, la differenza di performance tra indici USA e indici europei è destinata a comprimersi. Vista la revisione al ribasso della crescita USA, è più probabile assistere a un ridimensionamento delle quotazioni USA, piuttosto che un rally delle Borse europee.

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Dunque, chi è ancora al rialzo sugli indici USA farà bene a incassare i guadagni o a proteggere il portafoglio con opportune coperture sugli indici. La volatilità si compra ancora a basso prezzo.

La ripresa delle quotazioni del petrolio strizza l’occhio alle aziende del settore energetico che, da acquistare sulla debolezza, sembrano una buona opportunità.

La sterlina, sui minimi degli ultimi 31 anni contro dollaro e sui minimi dal 2008 contro Euro, è ancora in tendenza discendente, ma ci sembra una buona opportunità di graduale diversificazione. Il mercato sta scontando in anticipo gli effetti di Brexit che, forse, sarà meno dura del previsto.

Attenzione sul cambio Euro/Dollaro USA, da mesi in uno stretto trading range. Qualsiasi sorpresa di politica monetaria o elettorale potrebbe innescare un forte movimento direzionale.

L’aumento dei rendimenti sui Governativi e l’apparente arresto della discesa dei tassi d’interesse dovrebbero giovare al settore bancario e assicurativo. Un’eventuale ulteriore sell-off, idealmente dopo una bella correzione dei mercati USA, sarebbe una buona opportunità di acquisto nel medio-lungo periodo. È vero che le banche hanno dei problemi, ma a tutto (o quasi) c’è un prezzo!

Buona settimana a tutti!

Andrea De Gaetano
Senior Analyst
andrea.degaetano@olympia-wealth.com

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