Elezioni USA ed effetto Trump: la quiete dopo la tempesta?

Ancora una volta un colpo di scena sorprende gli investitori e, mentre tutti si aspettavano la vittoria della Clinton, a sorpresa il miliardario Donald Trump viene eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Il fatto che fino a ieri i sondaggi davano come favorita Hilary Clinton rimane ancora adesso un’incognita, ma del resto i mercati non è la prima volta che si dimostrano eclettici e imprevedibili, vedi ad esempio il caso Brexit.

I “campanelli d’allarme”, tuttavia, erano presenti già da martedì scorso quando le opzioni prezzavano un eccessivo sbilanciamento a favore del risk off (nello specifico le opzioni put quotavano molto di più rispetto alle opzioni call creando un’asimmetria verso il lato short davvero notevole). Del resto l’unico scenario che i mercati avrebbero gradito (almeno così si pensava) era la vittoria del candidato democratico, mentre a favore del risk off vi era più di una casistica: la vittoria di Trump,  la vittoria parziale di uno dei due candidati (controllo di un solo ramo del parlamento) o il pareggio con la conseguente elezione del presidente attraverso le camere.

La scelta degli americani tuttavia, nonostante la casistica, è stata molto più netta ed ha privilegiato palesemente il candidato repubblicano che ha vinto su tutti i fronti con un controllo totale del parlamento. In una prima fase, questa notte, la reazione degli indici è stata violenta e, man mano che Trump avanzava nella scalata elettorale, tutti i mercati perdevano terreno arrivando addirittura ad un -5% di SP500. Il panico, tra l’altro, è stato confermato da una reazione corale di risk-off che ha trascinato verso il basso il dollaro nei confronti delle principali valute e beni rifugio, in primis oro e yen.

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Anche la mattina, con l’avvio delle contrattazioni del cash europeo, non faceva presagire nulla di buono. Dax e stoxx hanno aperto in forte gap down (oltre 4 punti percentuali) e a seguire il listino italiano appesantito tra l’altro dal settore bancario. All’improvviso la magia. Si assiste ad un recupero sostanziale di tutti gli indici lasciando ancora una volta di stucco gli operatori. Ma cosa ha contribuito nello specifico a rendere improvvisamente “simpatico” il candidato repubblicano?

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Anzitutto Trump, come del resto era auspicabile e politicamente corretto da parte di un neo presidente, si è presentato questa mattina agli elettori con toni molto più moderati, dimostrando tra l’altro riconoscenza alla Clinton per il suo operato. Altro aspetto rilevante che può giustificare in parte questo violento recupero può essere dovuto all’aspettativa sul ciclo di rialzo dei tassi di interesse che dava quasi per scontato un aumento degli stessi in caso di vittoria della Clinton mentre, al contrario, il neo presidente potrebbe potenzialmente revisionare la politica della Federal Reserve non necessariamente adottando da subito un bias fortemente restrittivo.

Cosa aspettarci ora? Difficile a dirsi. Nonostante gli indici sono tornati a livelli preelettorali ancora numerose rimangono le incognite: cosa farà Trump durante il suo mandato presidenziale? I tassi di interesse saliranno velocemente o rimarranno agli attuali livelli ancora per un po’, manifestando una vision più espansiva in tema di politica monetaria? Le aziende del nuovo continente continueranno a macinare utili al ritmo degli anni passati? E sul fronte geopolitico come saranno gestiti i rapporti con gli interlocutori internazionali, primi tra tutti Europa, Cina e Russia? Come si evince, numerose sono le domande ed è difficile dare delle risposte attendibili in tempi brevi, una cosa è certa: dobbiamo prendere atto di una profonda voglia di cambiamento da parte dell’elettorato americano che con questo voto ha dato un chiaro segnale all’establishment, indicando una profonda voglia di rinascita politica e sociale.

Molti conoscono Trump come un uomo polemico e sfacciato, a tratti xenofobo e maschilista. Ma qual è in realtà il suo pensiero economico e quale il suo programma politico da neo presidente? Secondo alcuni la visione di Trump assomiglierebbe molto a quella di Reagan, caratterizzata da una riduzione della crescita del debito pubblico, un abbassamento delle tasse sul lavoro e sui redditi di capitale, una deregolamentazione del settore economico ed un controllo dell’offerta di moneta atta a ridurre l’inflazione. Ebbene, durante la presidenza Reagan (1981-1989), dopo una prima fase di assestamento dei mercati, l’SP500 accrebbe di quasi tre volte il suo valore durante il suo mandato. Naturalmente non è scontato che Trump possa fare altrettanto bene pur adottando una politica similare in quanto lo scenario economico e geopolitico è profondamente diverso tuttavia, almeno in una prima fase a caldo, i mercati non stanno reagendo poi così male come ci si aspettava.

Che dire, attendiamo allora speranzosi il suo insediamento auspicando che possa fare bene per l’America e per il mondo, a prescindere dal suo colore politico. Il giudice sarà ancora una volta il mercato, che con il passare del tempo dirà la sua. Ai posteri l’ardua sentenza, noi chiniamo la fronte al massimo fattor che volle in Lui (sua maestà il popolo).

Alessandro Mastropaolo

Direttore editoriale di Investimentoplus

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