BCE, Draghi e la parabola dei talenti Il QE da solo non basta

Sprint finale di Mario Draghi che a fine ottobre passerà il testimone a Christine Lagarde, prossima Presidente della BCE.
Con l’esperienza di chi pratica jogging e camminate in montagna, Draghi ha dato il massimo al termine della sua maratona alla BCE.

Nella conferenza stampa di giovedì scorso, la BCE ha presentato una panoplia di nuovi stimoli all’economia, che i mercati hanno accolto tiepidamente.

Il taglio dei tassi di deposito di 10 punti base a -0.50% è in linea con le attese. Riparte il quantitative easing con un piano di acquisti di Titoli al ritmo di 20 miliardi al mese, inferiore alle attese (30 miliardi). L’orientamento per il futuro sui tassi, la cosiddetta forward guidance, è molto accomodante: la BCE àncora l’andamento dei tassi all’obiettivo del 2% di inflazione, eliminando il riferimento temporale “sui tassi pari o inferiori a quelli attuali fino a tutta la prima metà del 2020” che era presente in luglio. Continua il reinvestimento dei Titoli in scadenza per un lungo periodo di tempo, anche quando la BCE riprenderà ad alzare i tassi.

Due misure, che riguardano le banche, evocano la parabola dei talenti. Usare il denaro, anziché seppellirlo per paura sotto la sabbia.
Draghi, con saggezza evangelica, spinge le banche a prestare il denaro, anziché tenerlo parcheggiato in BCE. Le banche che  supereranno un benchmark, prestando denaro, verranno premiate con un tasso applicato più favorevole nelle operazioni di TLTRO (finanziamenti a lungo termine mirati all’economia reale). Tiering a due livelli sul tasso di deposito e allungamento da due a tre anni delle scadenza del TLTRO sono altre misure per aiutare le banche nel contesto di tassi bassi.

Il messaggio di Draghi è stato chiaro anche nei confronti degli Stati. Le banche centrali arrivano fino a un certo punto, ma la chimica finanziaria non risolve da sola il problema di bassa crescita dell’Europa. Adesso, tocca agli Stati metter mano al portafoglio con stimoli fiscali e investimenti strutturali.

Un monito alla Germania. Superato l’inverno della scorsa recessione con la previdenza e operosità di una formica, rischia oggi una nuova recessione per eccesso di prudenza, facendosi troppi problemi a spendere, pur essendo in surplus di bilancio. Esatto contrario di Trump che, fregandosene di un deficit che negli USA sfiora il 5%, ha tagliato le tasse e investito in infrastrutture in un’economia che già viaggia spedita.

La recente svolta dell’Italia col nuovo Governo europeista e il sostegno della BCE ha avuto l’effetto di abbassare i costi di finanziamento del nostro debito, cosa che, speriamo, ci aiuterà a non fare la fine della cicala di Esopo, alla prossima recessione.

La Cina, prima della BCE, ha annunciato un taglio delle riserve obbligatorie delle banche, il terzo quest’anno, aumentando così la capacità di prestar denaro per circa 126 miliardi di dollari.

Mercoledì 18, sarà il turno della Federal Reserve.

OPERATIVAMENTE E PER CONCLUDERE. 

Perché una reazione così modesta dell’azionario al favoloso dolce servito da Draghi?  Perché Bund e BTP scendono con la prospettiva di un gigante come la BCE che sosterrà il mercato? Perché il balzo dell’euro salito di oltre una figura dai minimi di 1.0926?

Spiragli di luce nella guerra commerciale e banche centrali di nuovo accomodanti sono favorevoli ai mercati, ma ci sono due considerazioni che invitano alla cautela, che si è subito vista dopo l’annuncio della BCE.

Da un lato i mercati hanno già scontato l’annuncio nelle scorse settimane e ora guardano con apprensione agli utili aziendali, previsti in contrazione per la guerra commerciale. D’altro canto, aumentano le folle dei contrari ai programmi di stimolo il cui risultato più evidente è l’ipertrofia di mercati azionari e obbligazionari, con volatilità in aumento sui cambi.

L’alta marea d’incertezza geopolitica, scandita dai tweet di Trump, dagli azzardi di Boris Johnson, dai cambi di vento politico in Italia, dalle tensioni in Medio Oriente apre la strada a un ventaglio di possibilità dagli esiti estremi, al rialzo o al ribasso, come è avvenuto su Bund e Btp nel corso dell’ultimo anno, con ampiezza e velocità imprevedibili.

Neanche il tempo di scrivere e l’attacco agli impianti petroliferi sauditi da parte di droni Houthi (ribelli yemeniti) fa esplodere al rialzo i prezzi del petrolio, +14.97% il crude oil futures tra la chiusura di venerdì (54.57) e il massimo di oggi (62.74). Uno dei maggiori balzi di sempre.
Esempio di come, su questi mercati, tutto può cambiare da un momento all’altro.

Intanto, aspettiamo la Fed, mercoledì 18. Cosa farà Powell, messo alle corde da Trump che vuole un taglio dei tassi e il petrolio alle stelle, che suggerisce inflazione in rialzo?

Buona settimana a tutti.

Andrea De Gaetano
andrea.degaetano@aagest.it

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